GLI ISTITUTI PER MINORI SONO NECESSARI…NON ESISTONO SOLO LE VIOLENZE FISICHE.

Pensiero molto comune, almeno al sud, è: “meglio una cattiva madre che un figlio in comunità”.

Molte opinioni spesso contraddittorie si succedono a riguardo delle case famiglia per minori o più relativamente alle strutture residenziali.

Ci sono, poi, molti motivi per cui si arriva all’inserimento di un minore in una struttura. Ad esempio l’emissione di un decreto da parte del giudice del tribunale per i minorenni è solo l’ultimo degli atti (che comporta un enorme lavoro di rete territoriale, di incontri, relazioni e piani di interventi effettuati dal servizio sociale).

Sergio di anni 12, primogenito di tre fratelli, si presenta al servizio sociale accompagnato dal padre.

E’ quest’ultimo stesso a riferire che il figlio si accompagna a persone più grandi, rientra tardi la sera e fa uso di cannabis (scoperto spesso anche a scuola ad appartarsi e a fumare).

Dalle prime valutazioni dei servizi sociali emerge un quadro familiare preoccupante: il padre Mario, è costretto a stare lontano dalla famiglia diversi mesi all’ anno, a causa del suo lavoro di cuoco su navi mercantili che lo costringe a navigare molti mesi l’anno. La madre, evidenzia un ritardo mentale, si percepisce subito l’incapacità nell’ educazione e nella gestione dei figli, della casa, nella conduzione della vita familiare in generale. I figli più piccoli di 9 e 6 anni al momento non sembrano mostrare gravi problematiche.

Sergio inizia a marinare la scuola e ai servizi cominciano ad arrivare verbali di pattuglie dei carabinieri che lo incontrano sempre più spesso a tarda sera per il paese, in compagnia di adulti poco raccomandabili. Di conseguenza dopo diversi tentativi di responsabilizzare la madre nell’imposizione delle regole ai ragazzi, nello stabilire i ruoli, soprattutto durante l’assenza del padre arrivò presso gli uffici di servizio sociale il decreto del tribunale per i minorenni il quale ne ordinava l’inserimento presso una casa famiglia, almeno fino all’assolvimento dell’obbligo scolastico.

Così Sergio, dopo il primo periodo di inserimento, con l’aiuto degli educatori riesce ad integrarsi positivamente nel gruppo dei coetanei, frequenta la scuola regolarmente e ad iniziare a pensare ad un progetto di vita individuale e soprattutto osserva le regole. Non riceve mai telefonate dalla madre, ma solo dal padre. Rientra a casa solo quando vi è il padre in licenza. Proprio per questo, Sergio nonostante i grandi progressi (ha già acquisito le competenze primarie relative all’autonomia alla pulizia e all’igiene del corpo, si relaziona in modo equilibrato e coerente), vive questo periodo con molta frustrazione e sconforto per l’amore naturale verso la famiglia avendo la consapevolezza del grande stato di disagio del proprio contesto socio-familiare, dell’incapacità della madre e delle carenze dei fratelli.

La madre, nonostante tutto, non riesce ad offrire un ambiente confortevole ai figli, non cucina, non provvede dell’igiene della casa ed ai bisogni dei figli, trascurando anche se stessa. Durante tutto il periodo del trattamento la madre viene affiancata da operatori in modo da insegnarle a gestire la casa, ed educatori per il recupero scolastico dei figli impegnati soprattutto nell’interloquire con i docenti sostituendo la madre perché analfabeta. Ma nonostante gli stimoli dei servizi la donna non riesce a far rispettare le regole ai propri figli (perché neanche lei non ha mai avute regole di comportamento non recependone l’importanza). Molto influisce la mancanza di rete parentale alla quale appoggiarsi soprattutto quando la signora è da sola perché il marito è lontano.

In conclusione i due fratelli minori, dopo vari colloqui con gli psicologi ed aver acquisito la consapevolezza per la loro situazione e si paragonavano con le capacità acquisite da Sergio aumentando così il loro senso di vergogna verso la madre con atteggiamenti di rabbia e frustrazione, sono stati istituzionalizzati e su proposta del servizio sociale sono stati collocati nella stessa casa famiglia di Sergio. Hanno intrapreso un cammino dettato da regole, da stimoli positivi, tali da sfruttare le loro capacità e di indirizzare i loro studi a seconda delle loro attitudini. Non è stato intaccato il diritto di potestà che è rimasta ai genitori i quali non hanno nessun divieto di visita e di prelevamento.

La cosa che fa più rabbia è che, dopo due anni di lavoro sulla madre, sulla famiglia, ma anche sul territorio per cercare di coinvolgere e sensibilizzare associazioni, gruppi a sostegno della famiglia, il padre ancora oggi non accetta nonostante anche gli altri due figli sono stati istituzionalizzati e, dopo tutto, giustifica la moglie dicendo “è sempre stata così non la posso cambiare è come una ragazzina spensierata “.

Questi 3 fratelli in comunità hanno avuto la possibilità di concludere il ciclo degli studi, frequentare gruppi di coetanei in palestra, scout, hanno fin da subito interiorizzato le principali norme di igiene quotidiana   e sembra banale ma anche l’abitudine all’uso dei pigiami, lenzuola ecc.<

La storia vera raccontata (abbiamo utilizzato nomi fittizi in tutela dei reali protagonisti) è un valido esempio dell’utilità e della validità delle strutture assistenziali per minorai. Durante l’età della pre-adolescenza è necessaria la guida di adulti referenti che diano l’esempio, che scandiscano i ritmi della quotidianità affiancando delle figure di riferimento che siano capaci di espletare le capacità genitoriali e quando serve a sostituirsi ai genitori. Quando ciò non avviene ecco che intervengono le istituzioni per segnalazione da parte di terzi o addirittura   per richieste spontanee di aiuto da parte dei genitori stessi che arrivati ad un bivio in un determinato momento della vita del figlio adolescente, ammette comunque l’incapacità a gestirlo.

I maltrattamenti non sono solo fisici come gli abusi; spesso le carenze anche affettive hanno anche effetti negativi e non vanno sottovalutati.

 

VIVIANA GIGLIA

ANGELA PENDOLINO

 

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