ASSISTENTI SOCIALI: IL PROBLEMA DELLA DISCONTINUITA’

Al  servizio di Equipe Minori Multidisciplinare, fu segnalato Antonio, un minore, dall’insegnante di italiano, per atteggiamenti di chiusura all’interno del gruppo classe. Durante i primi consensi sul trattamento  del minore da parte dei genitori, quella che emerse fu uno scenario inimmaginabile. La madre molto turbata (durante i colloqui),  riferì che il bambino venne abusato sessualmente da un  nipote adolescente  che  abita nel loro stesso palazzo. La situazione creò in lei enormi sensi di colpa  scaturiti sia per  aver dovuto  lasciare Antonio alla nonna anch’essa residente nello stabile, nei giorni  necessari per  partorire il secondo figlio, sia per il suo atteggiamento  omertoso nei riguardi del marito e della famiglia. Finalmente, dopo 3 anni, la signora col giusto supporto, sporse formale denuncia alla compagnia dei carabinieri e tutto fu segnalato di conseguenza alla Procura della Repubblica che attivò il servizio di neuropsichiatria infantile a sostegno del minori,  il medico di famiglia, ecc

Il turbamento di Antonio, oltre al segreto che  si portava dentro, fu alimentato dalle manie ossessive della madre con continue richieste d’aiuto.

Il servizio di equipe, attivato per far fronte alla vicenda, prevedeva la supervisione del servizio educativo domiciliare e dove operatore ed educatore domiciliare  dovevano aiutare Laura  nella gestione della casa , nei rapporti con i figli e nella gestione del rapporto con Antonio.

In conclusione della vicenda, raccontata per sommi capi usando  nomi fittizi, la madre  ha rischiato l’ allontanamento  del figlio  da parte del tribunale per i minori, perché definita “ mamma non tutelante”, in quanto  non  denunciò  l’accaduto al tempo dei fatti, e continuò ad abitare  con Antonio nello stesso stabile.

Cosa vuole sottolineare questa storia?

Se ci fosse stata una continuità nei servizi o un rafforzamento del servizio sociale professionale  tale da garantire la  collaborazione  tra i servizi territoriali e  le agenzie di socializzazione, sicuramente  Laura, la madre di Antonio,  non sarebbe stata disorientata “andando in paranoia”, il bambino Antonio non sarebbe regredito a tal punto da isolarsi e essere trattato da tutti come un “ritardato” (così lo definivano i compagni),  e nei confronti del cugino e degli atri componenti familiari si sarebbero potuti  attuare degli interventi  più incisivi e non solo riparativi.

Ma come mai questo non  accade?

Definire identità del  servizio sociale  è un percorso strettamente  collegato alla storia dell’assistenza e alla nascita delle politiche di welfare.

L’ONU nel 1959 evidenziava come il Servizio Sociale fosse “un’attività  organizzata a favorire il reciproco adattamento tra individui e loro “ambiente” per arrivare all’affermazione della concezione  dello “Stato Sociale” nell’attuazione di una serie di attività tali da permettere ad ogni individuo di potere sviluppare le proprie capacità per progredire ed evolversi nella società ,esprimendo al meglio la propria personalità per  la realizzazione del “Benessere Sociale”.

Per quanto riguarda l’attività  dell’assistente sociale l’art  2 del DPR 15-01-1987, n 14, recita così: ”consiste nell’operare, in rapporto di lavoro subordinato o autonomo, con i principi, le conoscenze, i metodi specifici del servizio sociale e nell’ambito del sistema organizzato dalle risorse sociali, in favore di persone singole, di gruppi e di comunità, per prevenire e risolvere situazioni di bisogno”

I principi alla base della professione sono: “dignità e integrità della persona umana”(indipendentemente dalla razza ,dal sesso, ideologie …etc), “potenzialità” , estensione dei diritti fondamentali (libertà, solidarietà, partecipazione, etc)ed infine “unicità” (ogni individuo è unico ed irripetibile) Esiste un ordine professionale degli assistenti sociali ed un relativo albo in cui è obbligatoria l’iscrizione e sono tenuti all’osservanza dei principi e dei regolamenti previsti dal codice deontologico approvato dal consiglio nazionale nella seduta del 17 luglio 2009.

La figura dell’Assistente Sociale è ormai da diverso tempo prevista in quasi tutti gli enti locali ed anche nelle Aziende sanitarie  e nei servizi socio-assistenziali.

Con la legge  8/11/2000 n.328” Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”  avviene una totale riforma dell’assistenza e della promozione dell’integrazione socio-sanitaria dei servizi attraverso la valorizzazione e l’importanza di taluni servizi quali  il servizio sociale professionale, che vedono fondamentale la figura dell’assistente sociale per lo svolgimento delle principali funzioni.

Particolare rilevanza assume  con la legge 328/00 art. 22 comma 4 lett.a,  la figura dell’assistente sociale con funzioni”finalizzate alla lettura  e decodificazione della domanda, alla presa in carico della persona, della famiglia e/o del gruppo sociale all’attivazione e all’integrazione dei servizi e delle risorse in rete, all’accompagnamento e all’aiuto nel processo di promozione ed emancipazione

Ad oggi, dopo 18 anni nulla è cambiato. I servizi continuano a subire interruzioni sempre più lunghe. Molti comuni rimangono sprovvisti della figura di assistente sociale. In particolare in Sicilia è del 1986 la legge regionale n 22  “Standard strutturali ed organizzativi dei servizi socio- assistenziali “ la quale all’ art 5  prevede che  i comuni provvedano all’assunzione prevedendo un assistente sociale ogni 5000 abitanti.

Questa è la nostra realtà,  la realtà dove viviamo e dove si deve intervenire. Il problema non è il cosa, ma solamente il come.

 

VIVIANA GIGLIA

ANGELA PENDOLINO

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